Lele Mora riaccende il mistero: “Emanuela è viva”
Il caso di Emanuela Orlandi, la quindicenne scomparsa nel giugno 1983 nella città vaticana, ha sempre evocato intense emozioni e incertezze, dando origine nel tempo a numerose teorie ed ipotesi sul suo allontanamento.
Proprio di recente, le dichiarazioni di Lele Mora, giornalista e personaggio dello spettacolo, hanno riacceso l’interesse per la vicenda, alimentando nuove speranze. Negli ultimi giorni il giornalista ha dichiarato in un’intervista alle Iene “Emanuela Orlandi è viva ed è in Austria, non vuole farsi trovare”. A sua detta, sarebbe una dichiarazione certa, basata sulle informazioni fornite da Ali Agca, l’attentatore turco di Papa Giovanni Paolo II, la stessa persona che mentre era in carcere, affermò che la scomparsa di Emanuela Orlandi fosse legata a un complotto internazionale per ottenere la sua liberazione. Secondo questa versione, gruppi legati ai servizi segreti dell’Europa dell’Est e alla mafia turca dei Lupi Grigi avrebbero rapito la ragazza per fare pressione sul Vaticano.
Ad ogni modo, queste dichiarazioni sono sempre state viste con scetticismo, considerato che Ağca ha cambiato più volte opinione nel corso degli anni. Infatti tra le tante versioni, la più discussa è proprio quella del collegamento fra l’attentato a Papa Giovanni Paolo II e i due casi di scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, la cui sparizione era avvenuta un mese prima.
Per questo l’asserzione del giornalista Lele Mora potrebbe fornire a Pietro Orlandi la speranza che la lotta da lui portata avanti per anni possa giungere ad una positiva conclusione, ma al contempo le sue parole potrebbero rivelarsi un ulteriore illusione.
Come detto, le ipotesi intorno alla vicenda di Emanuela, risultano essere incerte sin dal momento della sparizione. Nel quadro della storia compaiono sempre più personaggi che creano un susseguirsi di illusioni e speranze che nella maggior parte dei casi si rivelano, però, errate.
Telefonate anonime e depistaggi: il caos delle prime indagini
È il 22 giugno 1983, Emanuela sta rientrando a casa dopo una lezione di musica, sparisce nella cittadina vaticana dopo aver telefonato a casa per informare di un’offerta di lavoro come promotrice di cosmetici. Una pista, questa del lavoro, inizialmente sottovalutata dalle autorità, ma che in seguito verrà ricondotta a possibili ingranaggi volti a fare allontanare la ragazza dal contesto vaticano. Di qui in poi inizieranno le disperate ricerche della famiglia e delle forze dell’ordine, senza lasciar nulla al caso.
Inizialmente le autorità si trovarono a dover far i conti con una serie di telefonate anonime che suggerivano un ipotetico legame con Mehmet Ali Agca. Si pensò dunque che il rapimento di Emanuela potesse essere collegato a dinamiche internazionali, magari come leva per ottenere la liberazione del terrorista. Ciononostante, questa teoria, pur essendo ampiamente discussa dai media, non portò mai a una conferma tangibile.
A questa pista si aggiunse poi la possibilità del coinvolgimento della banda della Magliana. Si ipotizzava, infatti, che l’azione della Banda fosse orchestrata per esercitare pressioni sul Vaticano, in un contesto di traffici illeciti e ricatti, dove la criminalità organizzata intrecciava i suoi fili con ambienti di potere e finanza.
Alcuni ex membri della malavita romana, in colloqui riservati, avevano insinuato che la vicenda potesse essere parte di una strategia più ampia volta a mantenere sotto controllo alcune istituzioni. Nonostante l’apparente coerenza con alcune testimonianze, l’assenza di elementi probatori solidi e il fatto che non vi fosse mai un collegamento certo tra la banda della Magliana e la sparizione della Orlandi, fece si che questa pista restasse una vile ipotesi.
Tra gli anni 80 e 90 del Novecento, il caso passò da una fase di incessanti ricerche, ad un’altra costituita da numerose inchieste, in due periodi nel complesso compresi tra il 1983 ed il 2015, spesso riaperte per l’aggiunta di più specifici indizi ma poi archiviate senza un’effettiva soluzione.
Le forze dell’ordine, in collaborazione con alcune sezioni interne al Vaticano, cercarono di rimettere insieme i pezzi di un puzzle costellato di elementi frammentari. Documenti, testimonianze e telefonate continuavano a riaffiorare, ma la mancanza di un “filo conduttore” impediva una ricostruzione completa.
Sin da subito divenne questo un caso di grande scalpore mediatico, soprattutto essendovi coinvolto il piccolo quadro aureo Vaticano, in quanto i sospetti inclusero poi tutti gli esponenti della chiesa vaticana allora in carica, portando alla luce l’ipotesi che si potesse trattare di un complotto interno ad essa per coprire un presunto scandalo di pedofilia. Alcune dichiarazioni pubbliche, sia di investigatori che proprio di esponenti interni al Vaticano, lasciavano intravedere possibili insabbiamenti. La famiglia Orlandi, guidata con determinazione dal fratello Pietro, denunciava la mancata trasparenza e l’ostilità nel portare a termine le indagini.
Nei primi anni del corrente secolo, le ricerche non erano ancora giunte ad una conclusione, ma, ancora una volta, si aggiunsero nuove piste. Alcuni giornalisti riuscirono a raccogliere dichiarazioni da ex funzionari e informatori, i quali parlavano di “affari nascosti” e di una reticenza istituzionale. Tali fonti suggerivano che i meccanismi che avevano visto la scomparsa di Emanuela potessero essere collocati a giochi interni al Vaticano e relazioni poco chiare con ambienti criminali.
Alcuni ricercatori indipendenti ipotizzarono che archivi e documenti riservati, non resi pubblici per motivi di sicurezza o per proteggere determinate verità, potessero contenere elementi utili a chiarire il caso. Questa ipotesi alimentò ulteriormente la frustrazione della famiglia Orlandi e l’attenzione dei media.
Nel 2019, spinti da una segnalazione anonima e dalla crescente pressione mediatica e familiare, il Vaticano autorizzò l’apertura di alcune tombe nel Cimitero Teutonico.
L’idea era di rintracciare eventuali collegamenti o prove occultate, cercando di recuperare documenti o resti che potessero gettare nuova luce su possibili moventi o coinvolgimenti.
Nonostante l’operazione avesse riacceso la speranza, le esumazioni non produssero elementi decisivi.
In occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa, sia il Vaticano sia la Procura di Roma hanno avviato nuove inchieste, cercando di mettere in relazione tutti i fili del caso. Nuove piste, basate su vecchi documenti e su testimonianze recentemente riemerse, sono state analizzate nel tentativo di collegare le varie ipotesi – dalla pista Ağca a quella della Banda della Magliana – in un’unica narrazione che potesse spiegare il rapimento.
La famiglia fu bersagliata da numerose telefonate anonime, molte delle quali attribuite a un misterioso interlocutore noto come “l’Americano”. Questo individuo contattò ripetutamente sia casa Orlandi che la Segreteria di Stato del Vaticano, spingendo la polizia a intensificare le indagini attraverso un sistema di intercettazione avanzato, il Digisistem, per monitorare le cabine telefoniche dell’area di San Giovanni Appio.
Nel luglio 1983, il sistema permise di localizzare in tempo reale una chiamata proveniente da una cabina telefonica di via Merulana. Immediatamente furono inviati sul posto una moto e una pattuglia in borghese, che notarono un uomo vestito in modo insolito per la stagione: indossava un impermeabile e un borsello, un dettaglio che lo rendeva facilmente riconoscibile. Tuttavia, alla vista degli agenti, l’individuo si allontanò rapidamente e riuscì a dileguarsi, lasciando la polizia con l’amara consapevolezza di aver sfiorato la cattura del misterioso telefonista.
A raccontare questi particolari è stato Nicola Cavaliere, all’epoca a capo della Sezione Omicidi della squadra mobile, durante un’audizione davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta. Il poliziotto ha confermato che, nonostante gli sforzi, l’uomo sembrò volatilizzarsi, senza lasciare tracce.
Nel frattempo, si discute della possibilità di ascoltare Marco Fassoni Accetti, che in passato ha dichiarato di essere coinvolto nel rapimento di Emanuela e di aver agito proprio nei panni dell’Americano. Tuttavia, l’avvocata della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, ha espresso scetticismo su queste figure, sostenendo che abbiano contribuito più a confondere le acque che a far emergere la verità.
La frase enigmatica del Papa: “Emanuela sta in cielo”
Cinque giorni dopo la sua elezione, il 18 marzo 2013, Papa Francesco incontrò Pietro Orlandi all’uscita della chiesetta vaticana di Sant’Anna, in un momento di intensa emozione. Durante quel breve incontro, mentre stringeva la mano di Pietro, il Papa gli confidò con parole semplici ma cariche di significato: «Emanuela sta in cielo».
Queste parole, pronunciate con spontaneità e toccante intensità, lasciarono Pietro senza parole, accendendo in lui una profonda necessità di conoscere la verità sul destino della sorella scomparsa. Mosso da questo dolore e dalla voglia di chiarimenti, chiese di essere ricevuto dal Pontefice per ottenere dettagli precisi su quando e in quali circostanze Emanuela sarebbe morta.
Il mistero, tuttavia, si complica ulteriormente se si considera il dossier scomparso, ritenuto da molti un documento chiave capace di gettare luce sui retroscena del caso Orlandi, coswì come aveva affermato l’ex comandante della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani, : ‘Se il fascicolo arriva ai media è una catastrofe».
Queste affermazioni evidenziano non solo l’angoscia e l’incertezza che hanno accompagnato la famiglia Orlandi per decenni, ma anche le difficoltà insite nel reperire e verificare documenti fondamentali. Il dossier, simbolo di segreti mai svelati, è al centro di ulteriori speculazioni, compresa quella controversa pista che vedeva la presenza di Emanuela a Londra.
Documenti scomparsi e fascicoli vuoti: un insabbiamento senza fine
Subito dopo le dichiarazioni di Mora, che hanno riacceso i riflettori sul misterioso caso di Emanuela Orlandi, un fascicolo, proveniente dal Ministero dell’Interno e versato all’Archivio Centrale dello Stato nel 2017 in seguito alla direttiva Renzi sulla desecretazione degli atti relativi alle stragi, si è rivelato essere vuoto. L’anomalia è stata scoperta dal giornalista e ricercatore Gian Paolo Pelizzaro nel corso di altre ricerche non direttamente collegate al caso Orlandi.
A rendere pubblica la vicenda è stato il senatore Andrea De Priamo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Dopo essere stato avvisato da Pelizzaro, De Priamo ha effettuato un sopralluogo all’Archivio Centrale dello Stato e ha preso atto della presenza del fascicolo vuoto, contenente solo una copertina e un elenco sommario dei documenti originariamente inclusi.
Tra i documenti elencati e non reperiti figurano voci relative a interrogatori, accertamenti su cittadini turchi in Italia e in Germania, letture di documenti in lingua tedesca pervenuti all’Ansa e al Messaggero, indagini su individui sospetti, nonché riferimenti a un presunto “Fronte di Liberazione Turco Anticristiano”. Alcune delle voci menzionano anche messaggi firmati “Phoenix” e una lettera pervenuta all’Ansa di Milano, elementi che suggeriscono collegamenti con le piste internazionali seguite nel corso degli anni dagli investigatori.
Il senatore De Priamo ha dichiarato che la Commissione d’inchiesta si riunirà per valutare i passi da intraprendere al fine di ritrovare la documentazione mancante e verificare la catena di custodia degli atti relativi al caso Orlandi. La sparizione dei documenti ufficiali aggiunge un nuovo tassello al complicato mosaico della vicenda Orlandi, alimentando i sospetti su depistaggi e insabbiamenti che per oltre quarant’anni hanno caratterizzato il caso. Ad oggi rimane questo uno dei tanti interrogativi irrisolti, testimonianza del groviglio di misteri e incertezze che ancora avvolge la scomparsa della giovane.
La Commissione parlamentare di inchiesta proseguirà il proprio lavoro nella speranza di fare finalmente luce su una delle più inquietanti scomparse della storia italiana.
Un’ombra lunga quarant’anni avvolge il destino di Emanuela Orlandi: fino a quando il silenzio sarà più forte della verità?
Di Giulia Rizzo
Classe VD Liceo Scientifico