#UNGAPresident Donald J. Trump participates in a bilateral meeting with Iraqi President Barham Salih Tuesday, September 24, 2019, at the Lotte New York Palace in New York City. (Official White House Photo by Shealah Craighead). Original public domain image from Flickr

I punti chiave della linea politica del 47° presidente degli Stati Uniti

In questi primi mesi da presidente degli Stati Uniti Donald Trump non si smentisce e dimostra di essere un capo di stato in perenne campagna elettorale. Nei suoi discorsi pubblici, compreso quello di un’ora e quaranta minuti rivolto al Congresso sullo Stato dell’Unione tenuto lo scorso 4 marzo, Trump si è concentrato sugli attacchi agli avversari e ha rivendicato con orgoglio i punti chiave del suo programma politico.

La campagna elettorale si era basata perlopiù su due promesse: abbassare l’inflazione e diminuire il numero degli immigrati irregolari negli Stati Uniti attraverso dei provvedimenti immediati e drastici. Ed effettivamente, l’azione di governo è stata fin da subito travolgente, infatti il presidente, solo nel suo primo mese ha firmato ben 73 ordini esecutivi che hanno toccato le questioni più diverse.

La politica interna

Tra le misure fiscali adottate spiccano una riduzione delle tasse sulle imprese, credito di imposta per investimenti in tecnologie avanzate, agevolazioni per le start-up, le piccole imprese, la ricerca e lo sviluppo, ma anche una riforma del sistema delle imposte sul reddito personale. Il presidente intende anche portare avanti una riforma del sistema sanitario, uno dei motivi principali di default per le famiglie, introdurre nuove leggi per contrastare il crimine e il terrorismo, e dare sostegno ai lavoratori americani, in particolare a quelli dei settori manifatturieri, i più colpiti dalla globalizzazione.

Crisi energetica e politica ambientale

Già durante il suo primo mandato Donald Trump aveva mostrato il proprio scetticismo difronte l’emergenza climatica, a parer suo inesistente. Allora aveva indebolito numerose normative ambientali, ora avrebbe addirittura intenzione di abbandonare l’Accordo di Parigi . Già il 20 Gennaio con degli ordini esecutivi ha dichiarato un’emergenza energetica nazionale potenziando i poteri governativi per aumentare la produzione e la distribuzione di combustibili fossili. L’amministrazione trumpiana sta inoltre pianificando di invertire le normative sull’inquinamento volte a ridurre le emissioni di particolato delle centrali elettriche a carbone, tra le più inquinanti del paese, e di rivedere gli standard relativi alle emissioni inquinanti delle automobili.

La politica migratoria

Per quanto riguarda l’immigrazione, Trump oltre ad aver promesso azioni volte a diminuire gli arrivi, ha firmato un ordine esecutivo per eliminare il diritto di cittadinanza per nascita. L’ICE, agenzia federale responsabile della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione, sta portando avanti vere e proprie deportazioni con numeri mai visti prima di migranti senza permesso di soggiorno. Il 14 Febbraio è iniziata  quella che è stata definita “l’espulsione di massa, la più grande della storia americana”: da El Paso e da altre città del Sud degli Stati Uniti sono partiti i primi aerei militari con a bordo immigrati senza documenti e clandestini spediti verso il centro di reclusione sull’Isola di Cuba. Mentre, proprio tre giorni fa  sono iniziati i lavori per la rimozione della scritta “Black lives matter” a Washington, ennesima decisione dal sapore segregazionista che il Tycoon aveva preannunciato sul suo social Truth.

Politica estera e commerciale

Sin dall’inizio della sua legislatura Trump, che aveva già imposto misure sulle importazioni durante il suo primo mandato,  ha messo in atto una vera è propria battaglia commerciale “senza eccezioni e senza esenzioni” attraverso l’arma dei dazi. Le tariffe del 25% su acciaio e alluminio sono già entrate in vigore e l’unione Europea ha annunciato che in risposta applicherà dazi doganali, forti ma proporzionati, su una serie di prodotti americani a partire dal primo aprile.  A queste contromisure europee, l’amministrazione statunitense ha risposto con l’annuncio di nuovi dazi anche sul rame, sulle auto europee e sui vini e champagne del Vecchio continente. La politica dei dazi non si abbatterà solo sull’Europa, ma contro tutti i partner commerciali a livello mondiale, senza risparmiare i confinanti Messico e Canada. In particolare contro quest’ultimo stato Trump ha annunciato un aumento del 50%, oltre alla minaccia di una vera e propria annessione. Secondo alcuni analisti del Wall Street Journal, i dazi non sarebbero tanto un arma economica, quanto uno strumento per ottenere risultati politici o sociali, il cui obiettivo è il ritorno al mercantilismo, una versione primordiale degli scambi economici che si basava sulla difesa di un singolo mercato quello della potenza più forte. Lo scopo principale del presidente potrebbe pertanto essere quello di fare degli Usa la potenza leader della produzione economica non solo manifatturiera, ma in ogni settore anche energetico,  affinché la maggior parte della produzione avvenga nel territorio degli Stati Uniti. Ciò rappresenterebbe  l’inizio della competizione globale nei confronti del vero nemico economico di Trump: la Cina. Altri considerano invece i dazi di Trump una sorta di minaccia per costringere l’UE a investire nella difesa miliardi di euro.

Alla politica commerciale sono strettamente connesse le dichiarazioni riguardo la Groenlandia, da sempre considerata dal Tycoon preziosa per la sua posizione strategica e le risorse naturali e che ora considera necessaria per la sicurezza nazionale, scontrandosi con le resistenze danesi ad una cessione totale di sovranità.

Inoltre nel dicembre 2024 Trump, temendo una presunta influenza cinese, ha espresso l’intenzione di riprendere il controllo del Canale di Panama, che rappresenta la via più corta per passare da una costa all’altra degli Stati Uniti, rimasta sotto la sovranità americana fino al 1999. Il presidente sta quindi minacciando Panama di tariffe e azioni militari e sta incoraggiando alcune società americane – tra cui il noto fondo di investimenti Blackrock- a prendere il controllo di quei porti ora controllati da società riconducibili ai cinesi.

Conflitto russo-ucraino

Ancora prima dell’inizio del suo nuovo mandato, il presidente Trump e il suo vice J.D. Vance, hanno chiaramente manifestato l’intenzione di ritirarsi dal contesto ucraino, mettendo fine ai consistenti aiuti economici e militari che Washington ha fornito all’Ucraina nei due anni e mezzo trascorsi dall’aggressione russa. Nel Febbraio 2025 l’amministrazione Trump ha avanzato la proposta di un cessate il fuoco di 30 giorni tra Russia e Ucraina, accettata dalla delegazione di Kiev lo scorso 28 Febbraio a Gedda, in Arabia Saudita. In cambio di questi aiuti l’Ucraina dovrà cedere alla Casa Bianca parte dei minerali presenti nel suo sottosuolo: il paese è infatti uno dei primi dieci fornitori al mondo di risorse minerarie strategiche, fondamentali sia per l’industria tecnologica che per la transizione ecologica. Equamente devastanti sarebbero le sanzioni imposte alla Russia se questa non dovesse accettare la tregua.

 Conflitto israelo-palestinese

Per quanto concerne la guerra in Medio Oriente Trump ha da sempre appoggiato Israele, sia nella sua reazione all’attacco del 7 ottobre, sia nella decisione di estendere il conflitto colpendo anche l’Iran. Dopo l’iniziale proposta di acquisire Gaza e sfollare i palestinesi nei paesi vicini, per creare una vera e propria riviera destinata al Turismo, Trump sembra aver assunto posizioni più moderate, affermando che “nessun sta espellendo i palestinesi”.

di Bettina Avolio

Classe V D Liceo Scientifico