Un nuovo studio condotto dall’Università di Pittsburg ha aperto nuove prospettive sulla diagnosi precoce dell’Alzheimer, compiendo un significativo passo in avanti nel campo della ricerca su questa patologia neurodegenerativa.

Attraverso un nuovo test su biomarcatori specifici è finalmente possibile rilevare quantità minime della proteina tau – beta-amiloide che forma placche e grovigli nelle cellule cerebrali, interrompendo la comunicazione tra di esse – prima che inizi ad accumularsi nel cervello provocando un deterioramento delle funzioni cognitive. Attraverso questo nuovo test diagnostico sarà possibile rilevare precocemente la proteina tau, consentendo interventi terapeutici più tempestivi.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) oltre 50 milioni di persone vivono con forme di demenza e l’Alzheimer rappresenta circa il 60-70% di questi casi. Ogni anno si registrano circa 10 milioni di nuovi casi e le proiezioni suggeriscono che il numero di persone colpite potrebbe triplicare entro il 2050. Il dato più preoccupante non è solo la grande diffusione della malattia, ma l’impatto devastante che ha sulla vita delle persone.

L’alzheimer:  in viaggio contro la perdita della memoria

 Cosa succede al nostro cervello quando dimentichiamo? e se fosse qualcosa di più di una semplice perdita di memoria?

Spesso dimenticare qualcosa viene considerato un piccolo incidente che non preoccupa troppo. Ma cosa accade realmente al nostro cervello quando i ricordi iniziano a svanire e se questa fosse solo la superficie di un problema ben più profondo? In tal caso si parlerebbe di Alzheimer, una delle malattie neuro-degenerative più comuni, che colpisce milioni di persone in tutto il mondo e che è caratterizzata dalla distruzione progressiva delle cellule cerebrali.

 I sintomi della malattia variano da soggetto a soggetto ma alla base di essi vi è la perdita di memoria, prima in forma leggera e poi sempre più grave, associata ad altri sintomi come disorientamento spaziale e temporale, difficoltà nel linguaggio, cambiamenti comportamentali, perdita di capacità di giudizio e di decisione e difficoltà nell’esecuzione delle normali attività quotidiane.

Diagnosi

La diagnosi dell’Alzheimer richiede una combinazione di valutazioni mediche, esami neurologici e test cognitivi. Si effettuano degli esami cerebrali che valutano l’accumulo della proteina APP nel cervello, come una risonanza magnetica, una puntura lombare, mediante la quale si preleva una piccola quantità di liquor da analizzare, o una tomografia ad emissione di positroni (PET).    Oggi, grazie ai progressi tecnologici, è possibile effettuare una diagnosi precoce della malattia, fondamentale per una gestione efficace. Una diagnosi tempestiva consente infatti di avviare trattamenti mirati che possono rallentare la progressione dei sintomi, migliorare la qualità della vita e permettere ai pazienti e alle loro famiglie di prendere decisioni consapevoli riguardo alla pianificazione futura e alla cura.

Trattamento

Attualmente non esiste una cura definitiva per l’Alzheimer, ma esistono trattamenti che possono aiutare a gestire i sintomi e a rallentare la progressione della malattia, migliorando la qualità della vita del paziente. Oltre ai farmaci, è importante adottare anche approcci non farmacologici che aiutano a migliorare il benessere del paziente, a stimolare le capacità cognitive e a ridurre i comportamenti problematici.

L’importanza della ricerca per debellare in futuro questa malattia

Le persone affette da Alzheimer infatti non perdono solo la memoria ma anche la capacità di di pensare, comunicare e prendersi cura di sé. Ciò comporta enormi sfide non solo per chi è affetto dalla malattia ma anche per le famiglie che spesso si trovano a dover gestire una condizione che evolve rapidamente e senza ritorno. l’Alzheimer rappresenta una delle sfide più gravi urgenti del nostro tempo non solo per le persone direttamente colpite, ma per la società nel suo complesso. Tale malattia ci invita a riflettere sulla fragilità della memoria e sull’importanza della ricerca scientifica nel campo neurologico; inoltre è necessario prendersi cura non solo dei pazienti, ma anche di chi li assiste. Ancora oggi la malattia rimane senza una cura definitiva, ma nonostante ciò bisogna sperare in un futuro in cui nuovi studi potranno finalmente offrire soluzioni concrete contro questa devastante condizione.

Di Alma Fragola

Classe VD Liceo Scientifico