Una tragedia che ha dell’incredibile quella vissuta da Valeria Chiappetta, la madre della piccola Sofia, rapita pochi giorni dopo il parto nella Clinica Sacro Cuore di Cosenza, e fortunatamente ritrovata poche ore più tardi dalle forze dell’ordine. La responsabile,una donna di nome Rosa Vespa, è attualmente agli arresti, ma la famiglia di Sofia ha deciso di denunciare la clinica in cui è avvenuto il rapimento per “omessa custodia e vigilanza dei pazienti ricoverati,con particolare riferimento ai minori neonati”.
La ricostruzione della vicenda
In un’intervista rilasciata a “La Verità” Valeria Chiappetta ha ricostruito nei minimi dettagli gli eventi che l’hanno vista protagonista di un incubo che l’ha segnata profondamente,ripercorrendo quanto accaduto lo scorso 21 Gennaio.
La donna ha raccontato che nel pomeriggio, intorno alle 18:30,una donna, presentatasi come puericultrice, ha bussato alla porta con un atteggiamento deciso e ha chiesto da quante ore la neonata non fosse stata cambiata. Dopo aver richiesto pannolini e salviette, ha preso la culletta con Sofia e si è allontanata senza ulteriori spiegazioni. La dinamica del sequestro ha rivelato un piano meticolosamente studiato:con inquietante naturalezza, la sedicente puericultrice ha preso in braccio la piccola e si è diretta verso l’uscita, dove un uomo l’attendeva con un ovetto per neonati.Un piano che sarebbe potuto riuscire, se non fosse stato per le telecamere di sorveglianza della clinica, che hanno immortalato ogni fase del rapimento e fornito elementi cruciali per le indagini.
La madre ha atteso invano per venti minuti, quando, preoccupata, ha iniziato a chiedere informazioni. Un’ostetrica ha ipotizzato che la bambina fosse con la pediatra, ma Sofia non si trovava lì. È stato solo allora che la paura di una madre si è trasformata in angoscia. “Ho temuto il peggio, che le facessero del male o peggio ancora, che venisse venduta”. L’allarme è scattato immediatamente, dando il via a una corsa contro il tempo. La Squadra Mobile di Cosenza ha setacciato il territorio, monitorando i principali snodi viari e verificando ogni segnalazione sospetta. Dopo tre ore di ricerche frenetiche, la svolta: gli agenti hanno individuato una coppia a Castrolibero. Rosa Vespa, 51 anni, cosentina, e suo marito, Aqua Moses, 43 anni, di origine senegalese, sono stati fermati in un’abitazione dove la piccola Sofia è stata ritrovata vestita con abiti maschili, nel maldestro tentativo di confondere le ricerche. Sofia è tornata tra le braccia della sua famiglia, ignara del pericolo corso e protetta dall’amore dei suoi genitori. Il suo nome resterà a lungo legato a una storia di paura e speranza, monito sulla necessità di vigilare sempre affinché episodi simili non si ripetano.
Le indagini in corso
Mentre Rosa Vespa è in carcere dallo scorso 21 gennaio, le indagini proseguono per chiarire ogni dettaglio e accertare eventuali complicità. Gli inquirenti stanno valutando il suo stato psicologico per comprendere se il gesto sia stato frutto di un piano lucido o di un delirio maturato nel tempo. Un interrogativo che resta aperto, ma che non cambia la sostanza dei fatti: un dramma evitato per un soffio, che ha messo in luce le falle nella sicurezza ospedaliera e ha lasciato un segno profondo nella comunità. Dietro il rapimento,inoltre, si cela una storia di inganni e fragilità psicologica. Rosa Vespa, secondo le indagini, aveva simulato una gravidanza per nove mesi, convincendo amici, parenti e lo stesso marito della sua imminente maternità. L’8 gennaio scorso aveva addirittura annunciato sui social la nascita di un figlio, di nome Ansel, esibendo false ecografie e organizzando una festa per il lieto evento. Ma la messinscena richiedeva un ultimo, folle tassello: un neonato vero. Dopo un primo tentativo fallito, la donna è riuscita nel suo intento con la piccola Sofia.
Una mente lucida o una patologia psicologica?Cosa c’è dietro i rapimenti neonatali
I rapimenti di neonati dagli ospedali sono eventi estremamente rari, ma il loro impatto emotivo e sociale è devastante. Oltre al dramma vissuto dalle famiglie, questi episodi sollevano interrogativi sulle vulnerabilità del sistema sanitario e sulle motivazioni di chi compie tali atti. Le indagini sui casi documentati rivelano che la maggior parte dei sequestri neonatali è perpetrata da donne con fragilità psicologiche o sottoposte a pressioni sociali. Tra i moventi più ricorrenti emergono disturbi mentali, tra cui la pseudociesi (gravidanza isterica) e il delirio, che portano alcune donne a sviluppare un bisogno ossessivo di maternità, fino al punto di sottrarre un neonato. Altre, invece, simulano una gravidanza per mesi, ingannando familiari e amici, e ricorrono al rapimento per sostenere la menzogna, spesso per timore di perdere un partner o di deludere le aspettative sociali. In alcuni casi, la disperazione per l’infertilità o le pressioni familiari spingono a gesti estremi, nella convinzione – errata e pericolosa – che crescere un bambino sottratto possa risolvere il problema. Sebbene meno frequenti, alcuni rapimenti neonatali sono legati alla tratta di minori e al mercato nero delle adozioni illegali, soprattutto in aree a forte presenza criminale. Infine, vi sono casi in cui il trauma per la perdita di un figlio porta una donna a cercare un surrogato, negando la realtà e giustificando il proprio gesto con un bisogno emotivo incolmabile.
Nonostante la loro rarità, i rapimenti neonatali restano un fenomeno da non sottovalutare. La prevenzione passa attraverso il potenziamento delle misure di sicurezza negli ospedali e una maggiore attenzione ai segnali d’allarme psicologici nelle potenziali rapitrici.
Di Giulia Spaccarotella
Classe VD Liceo Scientifico