Le indagini dell’Aja e il caso Almasri
Il 2024 si è concluso con una serie di mandati multipli di arresto e l’annuncio della procura internazionale dell’AJA della prosecuzione delle indagini, al fine di accertare ogni responsabilità sui crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati per oltre un decennio nei cosiddetti lager libici. Da anni, le ONG e gli operatori impegnati nel settore delle migrazioni lanciano l’allarme sulle drammatiche condizioni in cui si trovano coloro che, nella speranza di costruirsi un futuro in Europa, finiscono nei campi di detenzione per migranti in Libia. Questa realtà, brutale e innegabile, è stata documentata da studiosi e attivisti, i quali hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica e di spingere i governi ad agire. Tuttavia, i loro sforzi si sono rivelati vani, a causa di difficoltà nella cooperazione tra alcuni paesi europei e la Corte Penale Internazionale, tanto che il procuratore ha espresso l’intenzione di aprire, come già fatto a Kiev, un ufficio della procura internazionale a Tripoli. Anche in Italia la vicenda di Njeem Osama Almasri Habish, leader della milizia Rada e capo della polizia giudiziaria di Tripoli, ha suscitato polemiche. Accusato di gravi crimini, tra cui torture, omicidi e violenze sessuali nel carcere di Mitiga, Almasri era stato arrestato a Torino il 19 gennaio su mandato della CPI. Ciononostante, il 21 gennaio, la Corte d’Appello di Roma ha annullato il provvedimento per un vizio di forma, e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha firmato un decreto di espulsione che ha portato Almasri a essere rimpatriato in Libia, dove è stato accolto con festeggiamenti.
La CPI ha accusato l’Italia per non aver rispettato gli obblighi internazionali, sollevando interrogativi sul rispetto degli impegni assunti dallo Stato italiano. Inoltre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata sottoposta a un’inchiesta per aver favorito la scarcerazione e il ritorno in patria del capo della polizia giudiziaria libica, adoperando, tra l’altro, un aereo di stato utilizzato dai servizi segreti italiani. Il recente caso dell’espulsione di Njeem Osama Almasri Habish, accusato di gravi crimini, ha acceso ulteriori polemiche sul rispetto degli obblighi internazionali da parte dell’Italia. Il mancato intervento della giustizia e la rapidità con cui il criminale è stato rimpatriato sollevano interrogativi sulla reale volontà politica di contrastare le atrocità nei lager libici.
La Libia: un bivio tra la speranza di fuga e le violenze nei lager
Tali centri, per le condizioni disumane in cui versano i detenuti, sono stati paragonati ai campi di prigionia del Novecento in Russia e in Germania.
Nonostante le numerose denunce da parte della comunità internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani, la situazione non è cambiata: i migranti continuano a essere trattenuti in condizioni inaccettabili, vittime di un sistema che, invece di tutelarli, li condanna a sofferenze indicibili. Tale fenomeno ha avuto inizio nei primi anni del 2000, con lo scopo di detenere e intercettare i migranti che tentano di raggiungere i territori europei percorrendo il Mediterraneo.
Seppur nati per controllare e regolarizzare gli spostamenti verso l’Europa, questi lager sono diventati nel tempo delle prigioni disumane, dove uomini, donne e bambini vengono torturati, maltrattati e abusati frequentemente. Ma, il fatto che simili eventi si siano verificati in Libia non è casuale. Infatti, il paese riveste una posizione strategica, essendo da anni uno dei principali luoghi di partenza per le persone in fuga nel Mediterraneo in cerca di rifugio dalle guerre, dalle persecuzioni e dalla povertà.
Nel 2011, dopo la caduta del regime di Mu’ammar Gheddafi, il paese è precipitato in una situazione di caos e instabilità, diventando terreno fertile per il traffico di esseri umani. Le milizie locali e i gruppi criminali hanno sfruttato tale avvenimento a loro favore, creando un business attraverso la gestione di centri di detenzione, spesso in modo illegale.
Il silenzio dell’UE e le possibili azioni per affrontare la questione libica
Anche l’UE, soprattutto negli ultimi anni, ha adottato politiche volte a ridurre gli sbarchi di migranti sulle proprie coste tramite accordi con il governo libico. Nel 2017, ha finanziato la guardia costiera libica affinché intercettasse le imbarcazioni prima che raggiungessero l’Italia o Malta, riportando i migranti nei centri di detenzione in Libia. Diverse inchieste hanno mostrato che proprio la guardia costiera libica collabora con trafficanti di esseri umani, consegnando i migranti ai lager dove subiscono torture, violenze sessuali, lavoro forzato e ricatti per il pagamento di riscatti. L’Unione Europea potrebbe adottare diverse misure concrete per contrastare le violazioni dei diritti umani a partire dalla sospensione dei finanziamenti alla Guardia Costiera Libica, poiché interrompendo il supporto economico e logistico alle autorità libiche nella gestione dei centri di detenzione e nella cattura di migranti, queste non avrebbero il giusto sostegno economico per portare avanti simili atrocità. Potrebbe poi attuare sanzioni contro i responsabili delle violazioni, rinegoziare gli accordi esistenti, condizionando ogni forma di supporto all’impegno della Libia nel rispettare i diritti umani e smantellare i centri di detenzione. Si valuta anche l’aumento dei supporti economici alle ONG e alle operazioni di soccorso, in quanto finanziare direttamente le organizzazioni umanitarie impegnate nel Mediterraneo e nei Paesi di transito, consentirebbe di garantire assistenza ai migranti senza il coinvolgimento di autorità responsabili di abusi. Oppure ancora, sostenere in modo attivo le indagini e i procedimenti della Corte Penale Internazionale (CPI) contro i responsabili di crimini nei lager libici, garantendo che i colpevoli vengano arrestati e processati. Senza azioni decise, l’UE rischia di restare complice di un sistema che condanna migliaia di persone a sofferenze indicibili. Infatti, le condizioni nei lager libici sono state denunciate, oltre che dalle Nazioni Unite, anche dalle principali organizzazioni per i diritti umani, che hanno descritto questi luoghi come scenari di crimini contro l’umanità. Per tali segnalazioni, sono state raccolte testimonianze di migranti sopravvissuti per portare alla luce le violenze sistematiche.
Tra le principali ONG che si occupano della questione ci sono: Amnesty International che ha denunciato i centri di detenzione libici come luoghi di tortura, stupri e sfruttamento. In un rapporto del 2021, l’organizzazione ha rivelato che i migranti vengono picchiati, ustionati con ferro rovente, frustati e sottoposti a elettroshock per costringere le loro famiglie a pagare riscatti. Le donne, in particolar modo, sono vittime di violenze sessuali sistematiche, spesso da parte delle guardie stesse. Amnesty ha accusato l’UE di essere complice di queste atrocità poiché continua a finanziare la Guardia Costiera Libica, responsabile di riportare i migranti nei centri di detenzione. Anche, Human Rights Watch ha raccolto prove che dimostrano come i lager libici siano veri e propri campi di prigionia illegali, documentando esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e violenze di massa. Infine, Medici Senza Frontiere, che ha operato in alcuni centri libici fornendo cure mediche ai migranti, ha certificato una situazione igienico-sanitaria catastrofica: persone ammassate in celle sovraffollate senza acqua potabile né cibo sufficiente e ha più volte richiesto la chiusura immediata dei lager libici. Anche le Nazioni Unite hanno confermato le atrocità nei lager libici. Un’indagine condotta nel 2021 dall’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani ha definito i centri libici luoghi di detenzione arbitraria e di tortura sistematica. Nel 2023, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che i crimini commessi in queste prigioni possono essere classificati come crimini contro l’umanità, sollecitando la comunità internazionale a intervenire.
In ogni caso, le richieste di queste organizzazioni sono rimaste inascoltate. Infatti, nonostante le numerose segnalazioni, l’UE continua a finanziare il blocco delle partenze, lasciando migliaia di persone intrappolate in un inferno senza via d’uscita. L’alternativa non può essere il silenzio, ma un impegno concreto per la tutela della dignità umana.
Di fronte a questa realtà, è doveroso interrogarsi: fino a che punto l’Europa può chiudere gli occhi davanti a simili atrocità? Se la protezione dei diritti umani è un principio fondante dell’Occidente, perché sacrificare migliaia di vite sull’altare della sicurezza e del controllo delle migrazioni?
Di Giulia Rizzo
Classe V D Liceo Scientifico