La tendenza del fast fashion: sovrapproduzione, impatto ambientale e possibili soluzioni per un consumo responsabile.

 Il fast fashion è un modello di produzione e consumo, basato sulla fabricazione rapida e a basso costo di capi di abbigliamento ispirati alle ultime tendenze. Questo fenomeno ricorre a materiali economici, ad una manodopera a basso costo e ad una durata estremamente breve della composizione del prodotto. Negli ultimi decenni ha rivoluzionato l’industria tessile, rendendo la moda più accessibile ad una vasta platea di acquirenti. Tuttavia, dietro il costo relativamente basso di un capo, si nasconde un prezzo molto più elevato determinato dallo sfruttamento del lavoro, impatti ambientali devastanti e una sovrapproduzione che genera enormi quantità di rifiuti. La velocità  con cui questi vestiti vengono prodotti e scartati ha trasformato il settore in uno dei più inquinanti del mondo.

Quali marchi predilige la fast fashion?

Ad oggi sono innumerevoli le aziende di moda che continuano a produrre articoli su articoli ogni giorno, causando un enorme impatto negativo sull’ambiente; esemplare è il caso di Shein, ad oggi il brand più famoso e gettonato, considerato, addirittura, come “Il Gigante del Fast Fashion” poiché offre una vasta gamma di abbigliamento a prezzi molto bassi. Il suo modello di business si basa sulla produzione rapida di capi ispirati alle ultime tendenze, spesso realizzati con materiali sintetici come il poliestere, un derivante del petrolio. Ciò contribuisce  all’aumento dell’inquinamento da microplastiche negli oceani e richiede un elevato consumo di risorse idriche e chimiche. Infine molteplici indagini hanno anche rilevato che alcuni prodotti Shein contengono alti livelli di sostanze potenzialmente pericolose, come piombo, PFAS e ftalati, superando di molto i limiti consentiti in diversi paesi.  Purtroppo però anche alcuni famosi marchi di moda di lusso, pur producendo capi di alta qualità e a prezzi elevati, hanno un impatto ambientale negativo. Un esempio è Louis Vuitton, infatti, nonostante l’azienda abbia intrapreso iniziative per migliorare la sostenibilità, come l’uso di materiali riciclati e la riduzione delle emissioni di carbonio, la produzione di beni di lusso comporta spesso processi ad alta intensità energetica, l’utilizzo di materiali di origine animale, come la pelle, deforestazione e inquinamento ambientale.

Il fenomeno delle “montagne di vestiti”

Le montagne di vestiti rappresentano un grave problema, si stima che ogni anno vengono prodotti oltre 100 miliardi di capi d’abbigliamento, di cui 92 milioni di tonnellate finiscono in discarica, equivalenti a un camion della spazzatura pieno di vestiti ogni secondo. Secondo alcune ricerche in Europa, ogni cittadino utilizza in media 26 kg di abbigliamento all’anno e ne scarta circa 11 kg, per un totale di 5 milioni di tonnellate di rifiuti tessili annuali, dei quali l’80%  finisce in discarica o viene incenerito. Anche in Italia, dal 1960 al 2015, la quantità di rifiuti tessili è, purtroppo, aumentata notevolmente. Gran parte di questi vestiti viene esportata in paesi come il Ghana, dove ogni settimana arrivano circa 15 milioni di capi usati nel mercato di Kantamanto, ma anche in Africa , Asia e America Latina. Quasi la metà di questi indumenti contribuisce all’inquinamento locale e al cosiddetto fenomeno delle “montagne di vestiti”, ovvero capi di abbigliamento che vengono raggruppati in un luogo (spesso sulle spiagge o lungo i letti dei fiumi) assumendo la forma di una vera e propria “montagna”. L’Italia è la nona esportatrice mondiale di abiti di seconda mano, con quasi 200.000 tonnellate inviate in Ghana nel 2022, mentre al primo posto rimane la Cina con più di 500.000 tonnellate di vestiti esportati nelle zone dell’Africa.

 Piccoli cambiamenti per un futuro migliore

Per ridurre il fenomeno del fast fashion è fondamentale adottare abitudini di acquisto più responsabili, scegliendo capi di qualità, prodotti con materiali sostenibili e prediligendo marchi realmente impegnati nella riduzione dell’inquinamento. Un’altra possibile soluzione è allungare il ciclo di vita dei vari vestiti; riparare, riciclare e acquistare indumenti di seconda mano aiuta sicuramente a contrastare la produzione di rifiuti. Quello che però potrebbe realmente porre fine all’inquinamento è senza dubbio la consapevolezza di ognuno di noi. Informarsi sulle pratiche delle aziende, supportare marchi trasparenti e sostenibili e infine sensibilizzare e informare le persone su tale problematica permetterà di costruire un futuro in cui la moda non sia più sinonimo di spreco, ma di rispetto per l’ambiente e per le persone che lavorano in questo settore.

Di    Antonino Amoroso

Gessica Luppino

Classe  VD Liceo  Scientifico